Ubalda…

Ξ 13 Gennaio, 2020 | → 0 Comments | ∇ Incontri |

Ricordo come se fosse ieri, stavo passeggiando sul lungomare nonostante ci fossero zero gradi, invidiavo le mie olive, loro sentivano caldo io invece mi stavo congelando.

Voi vi chiederete: “Ma che stai facendo lì perché non torni a casa”.

Già anch’io me lo chiedo, anche perché non c’era motivo perché fossi lì, a un certo punto mi fermai su uno dei piccoli balconi che si affacciano sulla spiaggia e mi soffermai a vedere la notte.

Quella sera il gelo baciava il mare che era un po’ nervoso, ma niente può appannare la sua bellezza, scalda il cuore, non il mio però, io avevo due capezzoli che potevo appenderci gli abiti.

“Non senti freddo?”.

No, sono uscito da casa per farmi una doccia con l’umidità.

Mi girai e vidi una ragazza stupenda con gli occhi azzurri come il cielo estivo ma c’era un problema, i capelli erano grigi come un cielo incazzato.

All’inizio pensai che fosse un’anziana signora ma dopo un’accurata scansione del suo viso, vidi che non arrivava neanche ad essere una milf.

“Ciao io sono Ubalda, piacere”.

Ti pareva che il nome era sano.

“Aspetta a dirlo”.

Comunque l’avevo già vista al paese, la notavo sempre in giro con un’orda di gatti che la seguiva, però quella tipa aveva qualcosa che mi convinceva.

“Bel nome”.

“Guarda che per fare colpo non devi dire le cazzate”.

“Beccato, ok è diversamente interessante”.

Cominciammo poi a passeggiare mi diceva che a lei piaceva passeggiare, soltanto nelle giornate fredde perché non c’era nessuno, non era molto amante delle persone.

Non l’avrei mai detto.

“Sai quando ti ho visto lì fermo, mi sono detta che ragazzo strano, tutto solo con questo freddo”.

Ma non ce l’hai uno specchio?

Mi raccontò che stava sempre con i gatti perché loro non facevano domande, io allora mi azzittii.

“Come mai non parli?”

Per evitare figure di merda.

“No, è che mi piace ascoltarti”.

“Ti va di cenare insieme”, le dissi.

“Sì, va bene scelgo io però”.

Mi porto in un locale vicino al porto, alla “Seppia fumata”, un noto locale di scambisti, la cosa mi faceva sentire un po’ a disagio, ma il mondo è bello perché è vario, però ci crede solo quello che l’ha detto, almeno in questo caso.

Non la facevo così, mi sentivo a disagio, no questa l’ho detta, vabbè mi sentivo qualcosa.

“Adesso penserai che sia strana”.

No, non hai capito chi sei e vieni per decidere.

“No, perché, è un locale come un altro?”.

“Non occorre che dici cazzate per fare colpo”.

“No, le dico sempre”.

Lei si mise a ridere però c’era una coppia che mi guardava e lei con la lingua si leccava le labbra, a me infondo faceva piacere, era la prima donna che ricordo una si arrapa guardandomi, ma aveva la sala, affittata da un altro quindi per la mia etica, (ce l’ho che credete) non fa per me.

“Io vengo qua, per la cucina”.

“Io vengo per il bagno”.

Chiamai quindi il cameriere …

“Scusi”.

“Mi dica”.

“Scusa ma perché tu vieni?”.

“No, non ho la tipa”.

Non me lo aspettavo.

Lei ordinò una bistecca fiorentina che sarà stata un chilo e mezzo, mi aleggiò sulla testa lo spettro di Geppi, io andai in paranoia e mi presi un risotto in bianco.

“Andiamo a casa mia?”, mi disse.

“Va bene”.

Finimmo a mangiare, lei, in modo umano e poi uscimmo, la tipa di prima, però mi guardava arrapata, mi tolse la mano dal joystick della sedia e se la mise su una tetta parcheggiandola dentro al reggiseno e facendomi ravanare il suo capezzolo, però stranezze a parte erano due bei meloni.

Mi girai verso il marito guardandolo …

Contento, tu.

 Fummo quindi fuori e ci incamminammo per casa sua che non era poi così distante, vidi passarmi di fianco Giovanni Rana, dietro Amadori, su un sidecar che mi facevano il segno di ok, quindi uscimmo.

Ubalda, mi parlò della sua vita dicendomi che si guadagnava da vivere lavorando, era assunta a cottimo dal comune per dipingere le buche delle strade, diceva che gli bastava e i soldi in più non gli servivano.

Capelli a parte sembrava perfetta, mi stavo commuovendo, arrivammo poi a casa sua, stava a piano terra e devo dire che era un gran bell’appartamentino piccolo ma ben messo cioè sessanta metri quadri e sopra un soffitto a mansarda, in pratica na cameretta con quattro angoli occupati da uno stanzino.

Angolo cottura, angolo cesso, angolo spogliato e angolo sgabuzzino, però mi piaceva, l’unica cosa, dovevo sperare che non mi venisse voglia di cambiare l’acqua al merlo altrimenti dovevo chiamare i pompieri.

Lei usci dallo spogliatoio in intimo, ma quanta robba ci aveva che mi teneva nascosta, le bocce meritavano un’ola.

“Ti piaccio”.

Con il pensiero l’avevo stuprata cinque volte, che ve devo da di, mi piace il sesso sicuro, ok, di solito è così sicuro che vado in bianco.

“Cos’hai perché non parli?”.

Troppo concentrato.

“Che ti va di fare?”

Ma che mi stai sollevando per il deretano?

Mi avvicinai e la cinsi con le braccia, cominciando ad accarezzarla ma il reggiseno non si levava e le mutande non si abbassavano.

“Perché l’intimo non si toglie?”.

“Ce l’ho cucito addosso, mi piacciono solo le carezze”

Eccone n’artra, ma che le becco tutte io, chiedo l’aiuto da casa.

“Ah!”, santo stomaco.

“Che hai?”.

“Ho dolori di stomaco, è il mio cruccio, a volte mi vengono quando sono eccitato e tu mi ecciti molto”.

“Davvero?”.

Si, come na borsa d’acqua calla.

Uscì da quella casa, frastornato, passarono di fianco a me Giovanni Rana e Amadori piangendo, dandomi una pacca sulle spalle.

Morale della storia, lascia perde gli scambisti.

 

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