Ermenegilda…

Ξ 24 Dicembre, 2019 | → 0 Comments | ∇ Le mie poesie |

Adesso basta!

Stasera sono convinto delle mie idee, adesso esco e acchiappo qualche bambolona ma se proprio devo, anche na bambola di pezza per risolvere la serata, meglio non fare lo schizzinoso.

Quella sera con occhi cattivi e convinti andai dal mio amico Asdrubale ma al bancone del bar vidi una gnocca ancestrale, e si notava subito che era una ragazza che si poteva prendere di petto, aveva un body, sudato ma non era lei erano i cd.

Quelle gocce di fatica c’erano perché i capezzoloni modello, appendiabito e spingevano la copertina per le bocce verso l’esterno.

Mi avvicinai con passo arrapato … ehm, felpato … ehm, mi sono scordato che l’ultima volta che ho dato un passo “la ragazza del balcone” stava a poppà.

“Asdrubale non c’è?”.

“Ha venduto il locale a mio padre, ha dovuto cederlo per problemi con il fisco”.

“Come ti chiami”-

“Elettra”.

“Tuo padre si chiama, Agamennone?”, dissi sorridendo.

“Sì, perché lo conosci”.

Ma che anno è?

Gli chiesi poi se il cuoco si chiamava Menelao che storicamente, era il fratello, aveva occupato il posto di Vercingetorige, in effetti, ha fatto bene a licnziare il cuoco, era troppo avanti.

“Tuo padre è andato a Troia?”, dissi sorridendo.

“Eccolo”.

La vidi indicare la porta mi girai e la guardai indicare un uomo dall’aspetto tipo Uomo di Neanderthal co na barba che mi pareva il sosia di Bin Laden, lo vidi andare verso la figlia.

“CIAO FIGLIA”, disse con una voce tipo Fausto Leali con il mal di gola e un etto di catarro con il grilletto alzato.

Poi ripensai alla mia domanda, guardai lei, guardai lui, poi capì …

Sì, si è andato a troia.

A un certo punto vidi entrare nel locale una tipa che assomigliava ad Angelina Jolie, si era messa a sedere su un tavolo e ti pare che non andavo da lei, era gnocca nell’anima ma talmente gnocca che cominciai a vedere Giovanni Rana che mi strizzava l’occhio.

“Ciao come ti chiami?”

“Ermenegilda”, mostrandomi dei dentoni invisibili.

Ma che è?

Le becco tutte coi nomi più belli, vabbè meglio non pensarci.

“Ti andrebbe di uscire?”.

Si girò verso di me, accarezzando i capelli, spostandoli dietro l’orecchio, apparve all’orizzonte un neo grande come una pallina di vetro visto il colore, direi uno stronzetto di pecora con Riccardo Cocciante sopra.

Non giudicare resisti, Pè, facciamo finta di niente!

Uscimmo e cominciammo a camminare, poi mi prese la mano, ogni tanto la guardavo, ma non sempre per evitare incontri ravvicinati dal terzo tipo con una qualche portiera, peregrina o un paraurti solitario.

“Ti va d’andare a mangiare qualcosa?”, gli chiesi.

“Va bene”.

Mi portò nel paese di fianco in un ristorantino niente male aveva un nome particolare ma ci sono abituato: “La vacca in cucina”, chissà se tenevano veramente una vacca tra i fornelli.

“No, non c’è una vacca tra i fornelli”, mi disse.

“…”.

Oddio spero che non mi abbia letto nel pensiero prima.

“Si”.

“Però sono ancora qui”.

“Per questo sono uscita con te”.

Venne poi una persona che prendeva gli ordini vestita da contadino, cominciai a capire perché il locale si chiamava a quel modo.

Ermenegilda si prese una semplice pizza con una birra, fin lì tutto apposto ed io quando dovevo pensare andavo in bagno, per non farmi leggere il pensiero.

Chiamarlo così era un complimentone, le vacca è in cucina ma credo che i maiali li mettevano ar cesso.

Però era una precisa mentre mangiava, niente pollo tra i denti, e niente radicchi sventolanti, avevo paura, non me la tiro ma qualcosa doveva succedere, andava troppo bene.

Ah, dimenticavo di dirvi che l’ordinazione l’ha portata un tizio vestito da vacca con altre due gambe finte, collegate alle sue, per reggere il culatello.

Avevo sentito che chiudeva da maggio a ottobre e posso anche capirlo stacci tu co na vacca sintetica, addosso, d’estate.

Mi raccontò che cinque anni prima i genitori erano partiti per un giro del mondo e l’avevano lasciata a casa da sola.

La divertiva il fatto che doveva sempre cavarsela e gli piaceva parecchio, molte sue amiche la facevano sorridere perché non sapevano fare niente.

Mangia tranquilla, sa cucinare, si sa occupare della casa, ma sarà vera?

Si sono vera”, disse mettendomi una mano sul viso.

“…”.

Finimmo poi di mangiare, ci dirigemmo verso l’uscita …

“Andiamo a casa mia?”.

Ma si io vado.

“Non hai paura né di Riccardo Cocciante né dei denti invisibili?”.

“No”.

Cominciammo a camminare e ci venne incontro Giovanni Rana che mi sorrise schiacciando l’occhietto e poi andò via.

Mi disse che casa sua era un po’ distante ma avevo la batteria piena quindi il “Run machine” va.

“Devo dirti una cosa”.

“Dimmi”.

Si tolse lo stronzetto di pecora dalla guancia e una specie di nastro dai denti che li rendeva trasparenti.

Mi comparve davanti alla curva che cantava “Notti Magiche”, la canzone di Italia 90, fui preso da commozzione.

Era proprio wow, le gambe erano proprio belle, chissà a che ora aprivano, senza che vi descrivo il resto dico solo che sembrava un corpo scritto a matita.

Non ero così felice da anni, ok esagero, ma vorrei vedere voi nei miei panni e poi vi starebbero larghi, io sono diversamente magro.

“Devo dirti un’altra cosa”.

“Dimmi”.

“Io non leggo nel pensiero è che gli uomini con cui sono uscita la pensano tutti allo stesso modo”.

Arrivammo poi a casa sua, l’ascensore sembrava che l’avevano lavato e si era ristretto, ci entravo a malapena.

“Scusa per l’ascensore”.

“Perché l’hai comprato tu?”.

Ci mettemmo comodi sul divano, io no perché mi porto sempre la sedia da casa, non si sa mai.

Mentre stavamo parlando, mi baciò, che è anche da capire, non ha resistito al fascino del maschio latino, ok, direte voi: “C’era un altro con te?”, ma so che è tutta invidia.

“Se aspetti mi vado a mettere comoda”.

“Se vuoi, vengo e ti aiuto?”.

“Ok, se vuoi, vieni”.

La vedevo camminare e guardare quelle chiappette fare la ola, mi aveva fatto emozionare, la seguì in camera e la vidi togliersi la maglia e i pantaloni.

Aveva della bella merce sulla bancarella.

“Ti piaccio?”.

“Ci devo pensare, tu, però continua non fare caso a me”.

Si girò di spalle, togliendosi il reggiseno, io mi sentivo un indurimento fisico poi fu il turno delle mutande ed era bello vedermi un cu lo davanti alla faccia.

“Adesso mi giro sei pronto”.

No sono ingrifato.

Quando si girò …

Niente capezzoli a nord, ne baffi al sud.

“Ti piaccio, non sembro una bambola”.

Se volevo una bambola andavo in un negozio e me ne compravo una.

Arrivò poi il momento del tradizionale mal di pancia, cominciando la mia recitazione.

“Ah, ho un forte mal di stomaco, chissà cosa avrò mangiato che mi ha fatto male, meglio che torno a casa e vado a dormire, quand’è così”.

“Strano non hai mangiato granché”.

“Che culo, che ho, proprio ora che mi stava piacendo”.

Come un calcio nelle palle.

“Ci sentiamo allora”.

Sì ma urla forte.

Poi riuscì a uscire da quel palazzo, quindi ripresi la via di casa e me ne andai a dormire con il volto disegnato dalla sfiga e abbracciato alla paranoia.

 

Sri Lanka…

Ξ 8 Dicembre, 2019 | → 0 Comments | ∇ Incontri |

Quel pomeriggio andai, come succedeva spesso in quel periodo, al bar di Asdrubale ad affogare le mie frustrazioni dentro un bicchiere d’acqua.

Bevevo ma nella mia testa, c’era ancora l’immagine ci Geppi con le sue tette che mi schiaffeggiavano ma è anche vero che in quell’immaginazione c’erano nuvole a forma di trazione posteriore e un forte vento che aiutava il mio pensiero.

La realtà era che il suo ricordo non mi mollava, mi sentivo come una lingua quando si incolla, a uno di quei cubetti di ghiaccio che tieni nel congelatore.

Mentre ero seduto a impastare le mie frustrazioni come fosse la massa per la pizza, entra una donna, gnocca ma talmente gnocca che mi venne voglia di gnocchi ma mi ero ripromesso di non guardare più le curve di una donna ma pensare al suo cervello.

Comparve dietro di me la curva dell’Olimpico piena di ultrà che si misero a cantare: ”A lavorare, vai a lavorare, a lavorare!”, poi sparì.

Pensai che forse qualcosa in quel pensiero andava smussato, ok, vado a conoscerla e chissà mai stasera non concludo, vidi poi comparire, di nuovo la curva dietro di me:

“Non mollare mai, non mollare mai!”, i ragazzi poi sparirono, nuovamente.

Mi sentivo motivato mi alzai e andai da lei ma mentre mi alzavo compare me stesso davanti agli occhi…

Ma n’do vai, a scemo, so venticinque anni che nun cammino mo arriva lui bello, bello e se vole alzà, statte calmo che poi ti stà seduta affianco, a stordito!

Come non detto, mi mossi col mio bolide ma feci una trentina di centimetri e mi riapparve ancora me stesso.

A scemo ma stavi fermo e ci parlavi direttamente.

Era proprio bella aveva i capelli come una notte illuminata da quegl’occhi verdi come le zocchere dellolive m’ezz all’acqua trovta (i noccioli delle olive in mezzo all’acqua torbida per chi non sa l’itagliano).

La guardavo e il mio cuore batteva per lei come la porta de lu stallitt de li purc quanno ce batte lu vemto (lo capite o devo tradurre?).

“Ciao”, le dissi.

Lei si girò verso di me mi sorrise con la splendida dentatura senza pezzi di pollo, mi venne davanti Geppi mentre quella sera mangiava.

“Come stai?”.

“Seduta”.

“Che bello abbiamo qualcuno, al comune”.

Sorrise ma stavolta non era finto come il precedente.

“Hai uno splendido sorriso”.

“Grazie”.

“Ti va di uscire, stasera?”

“Va bene”.

Ci demmo appuntamento al bar per l’ora di cena.

Mi feci fare un hamburger da Vercingetorige il cuoco del locale di Asdrubale, non si sa mai, avevo avuto, brutte esperienze dagli appuntamenti passati e se devo andare in bianco preferisco farlo a pancia piena.

Io l’aspettavo davanti l’entrata, dopo un po’ la vidi girare l’angolo … che dire …wow.

Aveva una gonna che mandava a fanculo la fantasia, e una maglia aderente che faceva da guanto alle bocce, così rotonda e sode che sembravano due meloni.

“Ciao”, le dissi

“Ciao, stasera di porto al Labirinto”, mi disse sorridendo.

Era un locale in via Labirinto la via più degradata del paese, era un vicolo poco illuminato, l’idea non mi faceva impazzire ma infondo che avevo da perdere.

Entrammo e fummo accolti da un armadio a tre ante che a vederlo incuteva un po’ di timore.

“Accomodatevi” disse, con una voce come se avesse lasciato le palle in cucina e io trattenni a stento una sonora risata,

Ci sedemmo, quindi ordinammo da mangiare e li mi aspettavo il peggio invece si limitò a prendere un antipasto, era tutto preciso, quasi mi sentivo a disagio.

Nel mezzo della serata poi mi venne in mente che non gli avevo chiesto il nome.

“Non te l’ho ancora chiesto, ma come ti chiami”.

“Sri Lanka”.

“Si bel paese, ma come ti chiami?”

“Ho detto, Sri Lanka”.

“Nome un po’ strano, un po’ eccentrici i tuoi”.

“E perché c’è gente che si chiama  Asia, chi Italia, chi Giamaica e io non mi posso chiamare Repubblica ceca?”.

Sembra giusto.

“Si però i miei non mi hanno chiamato così, mi hanno chiamato…”.

Meno male, magari stavano un po’ meglio.

“… Sbrodolina”.

Come non detto.

Mi disse che da bambina quel nome la divertiva ma in prima media, quando andava a scuola i suoi amici gli cantavano: “Sbrodolina tutta bella, giochi  a fare la modella”, non doveva essere il massimo.

Mi disse che aveva due amiche che si chiamavano Asia e Giamaica e lei voleva un nome che fosse difficile da cantare perché ne aveva le palle piene, come a dargli torto e per convincere il padre fece un macello negli uffici del comune, quella mattina.

“Ho odiato i miei per anni, non stanno molto bene”

Ha parlato Einstein.

Finimmo di mangiare quindi uscimmo e andammo a fare una passeggiata in riva al mare…

“Sai è tanto che non esco con un uomo”.

“Come mai?”

Mi raccontò che da piccola aveva visto sua cugina fare sesso in spiaggia con il proprio ragazzo del tempo ed era rimasta traumatizzata, quel trauma lo aveva avuto da sempre, non sapeva il motivo.

Si girò verso di me, mi accarezzò e vidi che scendeva dai suoi occhi una lacrima che gli accarezzava quel velo di tenerezza che gli copriva il volto.

“Perché piangi?”

“Guardandoti mi hai ricordato, la tenerezza” .

“È una ripetizione”.

“Cosa?”.

“Leggi sopra”.

“Sopra dove?”.

Facevo il vago per non sembrare più rincoglionito di quello che sono.

“Pensavo a voce alta”.

Ci fermammo …

“Ti spiace se mi metto a sedere?”.

“E a te?”.

La vidi ancora ridere, era proprio bella rideva.

“Uno come te non l’ho mai conosciuto”.

Lassù qualcuno ti ama.

Riprendemmo poi a camminare accarezzati da quella luce candida, ho sempre pensato che la passeggiate al chiaro di Luna, è la cosa più romantica che c’è, soprattutto se dopo si fa due porcate in allegria.

A forza di chiacchierare tornammo al paese e arrivammo sotto casa sua.

“Vuoi salire a bere qualcosa?”.

“Se proprio insisti”.

Vidi di fianco a me comparire la curva coi tifosi …

“Faccela vedè, faccela toccà!”.

“Vado un attimo in camera, aspettami qui adesso arrivo, mi vado a mettere comoda”.

Mi sembrava un miracolo, lei mangiava normale, tutta la robba che aveva addosso era vera o almeno così sembrava, mi passò vicino mi sfiorò con il suo mandolino ma mi sembrava un po’ troppo sodo.

Poi si appoggiò al tavolino e senti un suono sordo che impattava con il legno.

“Cos’era quel rumore?”.

“Dici questo”, aveva dato una chiappata al tavolo e l’avevo risentito.

“Che roba è?”.

Mi disse che gli avevano tolto una cisti al femore e dopo l’operazione le sue colline si erano afflosciate ed erano diventate come una valanga a fondo valle, lei si era rioperata e aveva voluto mettere una lastra d’acciaio per ogni chiappa, così gli rimanevano sode.

Vabbè non mi lamento, lo toccai, come sensazione non era il massimo quindi la passione aumentò, le palpai i seni e sembrava di toccare le pietre che sbucano dalla terra.

“Come mai hai le tette così sode?”.

Mi raccontò che da ragazza si vedeva le tette calate, e c’era una sua amica che la prendeva in giro, allora decise di operarsi, invece del silicone si fece impiantare due bocce, si proprio loro, quelle dei pensionati ed erano fatte di una lega speciale.

A quel punto visto che tette d’acciaio, cu lo d’acciaio, mi venne in mente di rovistare nella città della gioia, allora gli misi una mano in mezzo alle gambe.

In principio mi ingrifai come un elefante che vede un’elefantessa con una forma di pecorino, la sentii piuttosto dura.

“Qui invece perché sei più dura del normale?”.

Una mia amica gli si afflosciarono le grandi labbra e stette male per anni io allora le ho fatte rivestire con un materiale particolare con cui si facevano le tute degli astronauti dello shuttle.

Tra un po’ mi dice che ha il buco di cu lo  ricavato dal martello di Thor.

Ho capito anche quella sera si andava in bianco, lì avrei dovuto recitare come di consueto.

“Ah, scusa, ho un violento mal di pancia e quando mi prende devo andare a casa a distendermi”.

“Mi spiace, posso fare qualcosa?”.

“No tranquilla me la cavo”.

“Ci rivediamo?”.

Si ho già acceso la luce.

“Scusa, ma fa troppo male”.

Usci da casa sua e con il morale tumefatto andai da Asrubale a bere qualcosa.

“Salve, che hai fatto?”.

“Sono stato sul set di Avengers”.

Morale della favola, tette e culo sodo non sono tutto, nella vita.

 

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