Geppi…

Ξ novembre 27th, 2019 | → 0 Comments | ∇ Le mie poesie |

Geppi, me la ricordo bene è stata il mio miglior acchiappo, dalla notte dei tempi, frequentava il bar, dove andavo a fare colazione, quello di Genoveffo lo sciancato, però adesso lo teneva il figlio asdrubale, lo zoppo, aveva due eredi, di cui andava molto fiero: Agamennone e Ponzio.

Uno di undici e uno di quindici, il primo faceva ancora le elementari di solito due anni per ogni anno e se chiedevo:

“Asdrubale ma tuo figlio le ha finite le elementari?”.

“Forse tra quattro anni”.

“Ma non ha undici anni”.

“Sì, ma lo lascio fare, ha detto che gli piace, e nella vita uno deve fare sempre, quello che gli piace”.

“Giusto, tu si che sei un padre coscienzioso”.

Poi c’era Ponzio andava con una bicicletta, a rotelle e quando gli dicevo: “Ponzio ma ancora con le rotelle, vai”.

“Tu, anche”.

Casso ci ha ragione non ci avevo pensato.

Ma torniamo a Geppi, che gran gnocca, faceva colazione da Asdrubale prima di andare al lavoro, lavorava in uno studio dentistico e chissà perché in paese tutti soffrivano di denti ma le cose dovevano cambiare, il mal di denti, dovevo avercelo solo io.

Un giorno ero al parco e pensavo a come conquistarla, il parco era deserto, mentre pensavo, un piccione si mise sulla panchina, io allungai la mano per mandarlo via.

“Oh, oh, ma che n’te basta sa sedia, è tua la panchina!”, esclamò fissandomi.

Lo guardai sorpreso, un piccione che parla non l’avevo mai visto, lo fissavo incuriosito.

“Ahò, ma che ci avrai da guardà, ma che n’hai mai visto un piccione?”.

“No, uno che parla”.

“E manco io, uno che parla con i piccioni”.

Lo vidi volare via e mi misi a leggere.

“Posso sedermi?”

Alzai gli occhi ed era Geppi.

“No, guarda l’ho comprata oggi e mi devono ancora dare l’agibilità”.

Come speravo, si mise a ridere.

“Hai uno splendido sorriso”,

“Grazie”,

“Ti va di uscire con me stasera?”.

“Va bene, ci vediamo qui alle nove?”.

“Ok”.

La vecchia tattica funziona sempre: battuta per farla ridere, dirle che ha uno splendido sorriso, invitarla subito a uscire prima che si accorga che sono un water su ruote, essere scemi a volte ha i suoi privilegi.

Andai a casa per provare a restaurare qualcosa, mi vestii, no ma che dico rimasi tale e quale tanto n’è che na giacca mi fa Marlon Brando, mi misi davanti allo specchio e mi pettinai … col pensiero però, chi me lì da i capelli.

Ma che so venuto a fa a casa?

Tornai quindi al parco ma la vidi già lì seduta sulla panchina che mi aspettava, mi commossi, una donna in anticipo, è più facile vedere un politico, fare beneficienza.

“Sei andata in comune a chiedere l’agibilità”.

Risata numero due.

“Andiamo sul lungomare a mangiare qualcosa, in qualche chalet?”.

“Va bene”, disse alzandosi.

Sentì appena la vidi un indurimento generale, era estate e aveva un paio di pantaloncini e una t-shirt bianca della misura giusta, quindi aderente e siccome lei è un tipo da prendere di petto, con la fantasia l’avevo già spogliata e gli avevo fatto un pigiamino di saliva.

Lei insistette per andare in uno chalet dal nome simpatico, a me, però non convinceva, giacché al contrario degli altri chalet era vuoto, si chiamava: “La scrofa in topless”.

“Ordinate qualcosa?”, disse la cameriera appena arrivò.

No, sono venuto qui perché mi hanno detto che avete le sedie più comode del lungomare.

“Si”, dissi e quindi ordinammo.

Ma vi dirò, ci rimasi male, lei così femminile, fighissima, mangia come un caimano, non che mi soffermi a guardare queste cose ma due pizze e un pollo con patate, intero, mi fa strano.

Il pollo è l’animale dell’anno.

Io non mangiai niente, ero troppo concentrata a guardarla.

“Scusa, ma ho fame”.

Ma dai, pensavo che era quello stronzo del pollo che ti prendeva la mano e si infilava nella tua bocca.

La vedevo strappare quella carne come fosse pasta frolla fu lì che feci il primo pensiero erotico su Geppi, la vedevo uscire da un piatto di carbonara, tutta nuda con due pezzi di guanciale sui capezzoli, e un mucchio di spaghetti sopra la sala giochi.

Un rivolo di bavetta mi usciva dalle labbra, mi sentivo ingrifato, come un elefante che vede un’elefantessa che sculetta.

“Sei bella, sai”.

In quel momento lei, si fermò rimanendo con la coscia di pollo in mano e sorridendo facendomi intravedere una patata fra i denti.

Io da elefante ingrifato, diventai una pantegana in fin di vita, nelle fogne con una manifestazione di stronzi che gli passava di fianco.

Poi l’ultimo colpo di classe, fu quando lei ordinò un liquore per digerire.

“Ti va di venire a casa mia, ho un appartamentino vicino lo studio”.

No guarda, mamma non vuole mi vergogno, Ti prendo quei cd che hai nel petto, e gli faccio una cover con la saliva, ti spoglio tutta, hai il culo appeso a un filo, ti strappo quel filo a morsi e mmmm…

Pagai ed uscimmo.

50 euro, adesso mi fanno male i denti.

Finalmente andammo a casa sua, bell’appartamentino, la ragazza ha gusto, ma vidi sul tavolino della sala un piatto con dentro quattro costatelle di maiale, bella che spolpata.

Me la immaginai di sabato sera, a vedere una partita di Champions League seduta sulla poltrona, con la canottiera unta di sugo.

Ma che finezza, ha la femminilità che gli esce da tutti i pori.

Pensai guardandola.

“Ti spiace se mi metto comoda?”.

Aveva pantaloncini e t-shirt e si voleva mettere comoda? Serata interessante.

“Vai tranquilla”.

Mi misi a guardare la sala, c’erano diverse statuette di cristallo doveva essere una collezionista.

“Scusa ma avevo caldo, non ti da fastidio se mi sono spogliata, vero?”.

Mi girai e appena la vidi tornò l’elefante che era in me, indossava due bocce che sembravano due meloni ed erano, li cullati dall’aria, nuda come mamma l’ha fatta e una culottes che gli foderava il deretano così a mandolino che mi veniva voglia di suonarlo.

“Io devo andare in cucina a sistemare delle cose, tu vai pure in giro”.

Non so quanta voglia di andare in giro uno ha, quando gli metti davanti, due tette di quelle.

Andò in cucina e la seguì, com’era rilassante vedere quello sculettare, quelle chiappette, sorridevano verticalmente.

Si mise a riordinare delle pentole che aveva lasciato asciugare nel lavello, poi si abbassò e aprì le ante di una dispensa e li successe una cosa che mi gelò l’anima.

Mi fa male dirlo.

Buttò una scoreggia, stile tromba in una banda.

No, tutto ma la scoreggia no!!!!!!!! È un monopolio maschile!!!!!!!

“Scusa, ma mi fa male lo stomaco.

Adesso anche a me.

Andarmene così su due piedi mi   sembrava una brutta cosa, allora feci qualche smorfia di dolore e mi toccai la pancia.

“Scusa ma non mi sento tanto bene, è meglio che vado a casa”.

Lei venne verso di me mi accarezzò e mi diede un bacio.

“Poverino, mi dispiace, strano non hai mangiato niente”.

Fatti due domande.

Triste uscii avendo sempre, davanti agli occhi, quelle tette, quindi andai da Asdrubale, una fugace bevuta immerso nella mia frustrazione e poi a casa incamminandomi con uno scudiscio immaginario verso, la via di casa.

Ripensavo a quelle bocce e promisi a me stesso di trasformare l’idea di scorreggia, fatta da una donna.

Da oggi in poi la scorreggia è romanticismo.

Poi mi osservai con due occhi immaginari che mi stavano davanti.

Ma vaffanculo!

 

  • Archivi