Greenpeace

Ξ maggio 26th, 2017 | → 0 Comments | ∇ Le mie poesie |

G7 a Taormina, siamo entrati in azione per difendere il clima!

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News – 26 maggio, 2017

All’apertura dei lavori abbiamo lanciato un appello ai capi di governo

Siamo tornati a lanciare il messaggio “Climate Justice Now” con una Statua della libertà alta 4 metri, con indosso un giubbotto di salvataggio, e il messaggio “Planet Earth First” con i nostri attivisti a bordo di 8 canoe posizionate nelle acque antistanti la spiaggia di Giardini Naxos, vicino Taormina.

 

La nostra richiesta è semplice: il Pianeta rischia grosso per via dei cambiamenti climatici, ed è responsabilità dei leader mondiali implementare con rapidità i trattati di Parigi sul clima per stabilizzare l’aumento della temperatura del Pianeta su quota 1,5 gradi ed evitare così le catastrofiche conseguenze del riscaldamento globale.

 

La transizione verso le energie rinnovabili è già in corso. Tre dei Paesi del G7 – Regno Unito, Francia e Canada – hanno già annunciato lo scorso anno una data di abbandono dal carbone, mentre per l’Italia questo potrebbe essere avvenire entro il 2025 o il 2030. Anche la Germania si sta muovendo in questa direzione, come conferma il piano energetico a lungo termine reso noto lo scorso anno.

 

Ma il presidente degli Stati Uniti Trump pare voler imboccare la strada sbagliata, minacciando di lasciare l’accordo di Parigi. Il G7 deve mantenere il punto e chiedere a Trump di assumersi le proprie responsabilità!

Aiutaci a difendere il clima!

 

Greenpeace

Ξ maggio 15th, 2017 | → 0 Comments | ∇ Le mie poesie |

Analisi dell’acqua nelle scuole venete: i risultati

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News – 15 maggio, 2017

I cittadini potenzialmente esposti alla contaminazione da PFAS attraverso l’acqua potabile sono oltre 800 mila. E metà delle scuole analizzate superano i limiti di sicurezza previsti in altri Paesi.

Nel mese di aprile 2017 abbiamo raccolto campioni di acqua potabile in 18 scuole primarie venete e in 7 fontane pubbliche per analizzare il contenuto di PFAS (sostanze pefluoroalchiliche).

 

I PFAS sono sostanze chimiche pericolose per l’ambiente e per l’uomo che possono causare seri danni al sistema riproduttivo e ormonale. Alcuni sono collegati a numerose patologie gravi come il cancro.
Questa iniziativa è parte della nostra Campagna STOP PFAS con la quale stiamo chiedendo alla Regione Veneto di intervenire per fermare l’inauinamento da PFAS in una vasta area compresa tra Vicenza, Verona e Padova.
Il problema dell’inquinamento da PFAS in Veneto (dovuto agli scarichi di industrie chimiche locali) è noto già da anni, ma le misure di tipo sanitario adottate dalla Regione Veneto sono doverose ma non sufficienti a risolvere il problema e soprattutto a proteggere la popolazione dai rischi della contaminazione.

È necessaria una rapida riconversione industriale di tutti quei processi responsabili dell’inquinamento da PFAS e, ad oggi, la Regione Veneto non ha adottato provvedimenti che vanno in questa direzione.    I risultati delle analisi

Dalle nostre analisi, emerge che il numero totale di cittadini Veneti potenzialmente esposti alla contaminazione da PFAS attraverso l’acqua potabile è superiore agli 800 mila abitanti.

I risultati delle analisi sono stati pubblicati sul nostro Rapporto “Non ce la beviamo” e anche sul sito web della nostra Campagna, dove stiamo raccogliendo firme per chiedere alla Regione Veneto di agire per fermare l’inquinamento da PFAS e tutelare la popolazione.

Guarda il sito e firma la petizione

Leggi il Rapporto

 

Ξ maggio 12th, 2017 | → 0 Comments | ∇ Notizie |

IN AZIONE! “Sciopero” delle api operaie

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News – 11 maggio, 2017

11 attivisti di Greenpeace travestiti da api operaie hanno inscenato uno sciopero, con tanto di picchetto, di fronte al Ministero delle politiche agricole, per chiedere il bando totale dei pesticidi neonicotinoidi.

 

Questa mattina 11 attivisti di Greenpeace hanno protestato di fronte al Ministero delle Politiche Agricole mostrando uno striscione con la scritta “Stop ai pesticidi – Salviamo le api”, impugnando cartelli e scandendo slogan come “Niente api, niente cibo”.

Il 17 e 18 maggio prossimi l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione europea discuteranno proprio la messa al bando definitiva di tre insetticidi neonicotinoidi: imidacloprid e clothianidin della Bayer, e thiamethoxam della Syngenta.

Chiediamo al ministro Martina di vietare i pesticidi più dannosi per api e impollinatori, a cominciare dai tre neonicotinoidi in discussione la prossima settimana e di investire in pratiche agricole sostenibili.

 

Le api e gli altri impollinatori naturali sono fondamentali per avere ecosistemi sani e per la produzione di alimenti.

Nel 2013 l’Unione europea ha limitato sia gli usi di imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, a causa del rischio elevato per le api, sia il trattamento delle sementi di mais, girasole, colza e cereali primaverili e l’irrorazione di una buona parte delle colture attrattive per le api, prima e durante la fioritura.
Tuttavia molti impieghi sono ancora autorizzati.

Siamo alla vigilia di un appuntamento importante: la Commissione europea ha proposto il divieto a livello Ue per questi tre insetticidi sistemici, ormai tristemente famosi per il loro impatto su api e altri impollinatori naturali. Se tale proposta dovesse diventare legge, verrebbero banditi definitivamente!
L’unica deroga riguarderebbe l’uso in serra, “in cui la coltura soggiorna per il suo intero ciclo di vita all’interno della serra e non è quindi ripiantata al di fuori.

 

Quattro anni fa l’Italia aveva votato contro le restrizioni, ma ora sarebbe estremamente controproducente rifare lo stesso errore, visto tutte le evidenze scientifiche che confermano la pericolosità di queste sostanze.

Da allora, sono emerse sempre maggiori evidenze scientifiche sui danni che queste sostanze causano alle api, ma anche a molte altre specie, tra cui farfalle, uccelli e insetti acquatici.

Per questo chiediamo con forza al Ministro Martina di vietare i pesticidi più dannosi per api e impollinatori, e con noi lo chiedono più di centomila persone che hanno firmato il nostro appello!
Continueremo questa battaglia fino a che queste sostanze non saranno completamente bandite. FIRMA LA PETIZIONE 

 

Greenpeace

Ξ maggio 6th, 2017 | → 0 Comments | ∇ Notizie |

Gli zoo non salveranno i caribù dall’estinzione

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Uno degli animali più emblematici del Canada e della Grande Foresta del Nord è il caribù, più comunemente detto renna: un animale meraviglioso che però rischia l’estinzione. Le soluzioni proposte per salvarlo, sono inaccettabili.

La Grande Foresta del Nord, nota anche come Foresta Boreale, è la corona verde del nostro Pianeta: si estende per 16 milioni di chilometri quadrati –circa il doppio della Foresta Amazzonica – dall’Alaska alla Russia, passando per il Canada e la Scandinavia. Rappresenta oltre un quarto delle foreste rimaste sulla Terra ed è il secondo più grande ecosistema terrestre del mondo, dopo le foreste tropicali.

La Grande Foresta del Nord, che occupa più della metà del territorio canadese, è la casa di molte popolazioni indigene (Prime Nazioni). Ospita più di 20 mila tra specie animali e vegetali, svolgendo anche un ruolo fondamentale nel mitigare i cambiamenti climatici. Nonostante ciò, attualmente solo l’8 per cento della superficie forestale del Canada è tutelata e molte aree della Foresta Boreale canadese sono minacciate dalla deforestazione.

 

Uno degli animali più emblematici del Canada e della Grande Foresta del Nord è il caribù, più comunemente detto renna: un animale meraviglioso che però rischia l’estinzione.

Il Canada, purtroppo, non è ancora riuscito a pensare a soluzioni efficaci per affrontare la grave diminuzione delle mandrie di caribù, anzi: propone soluzioni inaccettabili.

Nella Columbia Britannica, il governo federale sta incoraggiando l’uccisione dei lupi, predatori dei caribù delle Southern Mountain, ma fondamentali per la conservazione dell’ecosistema boreale. Il governo del Quebec, da parte sua, ha intenzione di trasportare una mandria di rari caribù selvatici della Val-d’Or in uno zoo. La gestione dei Caribù della Val D’or è particolarmente problematica e inaccettabile: la decisione di rinchiudere degli animali selvatici in uno zoo, a 400 chilometri dal loro habitat naturale per evitarne l’estinzione, costituisce un pericoloso precedente che temiamo possa essere applicato ad altre specie in pericolo.

In entrambi i casi, le autorità locali si stanno occupando dei sintomi piuttosto che della causa: il principale motivo dell’estinzione dei caribù è la perdita del suo habitat naturale, dovuta ad una gestione forestale inefficiente.

I governi delle Province e dei Territori del Canada sono legalmente obbligati a proteggere le specie in pericolo di estinzione, come il caribù, in base a quanto stabilito dalla norma federale, lo Species at Risk Act (SARA). In Quebec, inoltre, vige il “Piano di recupero dei caribù”, che però non può certo essere applicato inviando gli animali selvatici in uno zoo senza prendersi cura del loro habitat. Evidentemente, proteggere le foreste è difficile quando gli interessi economici del settore del legno e della carta vengono messi in discussione. FIRMA LA PETIZIONE

Per salvare i caribù e il loro habitat, è necessario che il governo federale, provinciali e territoriali del Canada applichino correttamente il SARA e lo integrino sia con studi scientifici che con la conoscenza tradizionale della Prime Nazioni.

Uccidere i lupi non salverà i caribù. E nemmeno rinchiuderli in uno zoo. Questi animali meritano di meglio. La Grande Foresta del Nord merita di meglio. Le generazioni future meritano di meglio.

 

Greenpeace

Ξ maggio 5th, 2017 | → 0 Comments | ∇ Le mie poesie |

Gli Ikebiri denunciano ENI

Per la prima volta in Italia, una piccola comunità africana, stanca di subire l’inquinamento degli sversamenti petroliferi nel Delta del Niger, porta in tribunale una multinazionale: il gigante del petrolio ENI.

Siamo in Nigeria, nello Stato di Bayelsa. Qui vive la comunità Ikebiri che, sostenuta dall’Associazione Friends of the Earth (Amici della Terra*) Europe e da Environmental Rights Action/FoE Nigeria, ha deciso di portare davanti a un tribunale italiano il gigante del petrolio ENI.

L’accusa è relativa ad un incidente verificatosi nel 2010, in seguito ad un guasto dell’impianto estrattivo (ammesso dalla stessa ENI) che ha causato uno sversamento di petrolio nell’area del Delta del Niger dove vive la comunità.

ENI, che opera in Nigeria attraverso la sua controllata Nigeria Agip Oil Company (NAOC), sostiene di aver già ripulito il sito ma la comunità locale contesta che il petrolio fuoriuscito sia stato semplicemente bruciato, e per di più senza il loro consenso e senza una completa bonifica. Gli Ikebiri portano adesso ENI in tribunale per chiedere di completare la pulizia del sito inquinato e ottenere un risarcimento danni.

Francis Temi Ododo, capo della Comunità Ikebiri, racconta: “La nostra comunità non può aspettare. Abbiamo subito l’inquinamento di Eni per troppo tempo. Le nostre attività di pesca hanno subito danni, la nostra agricoltura ha subito danni. Le nostre vite hanno subito danni”.

Di fatto, le comunità che abitano nel delta del Niger subiscono da decenni gli effetti degli sversamenti di petrolio, con sversamenti che si succedono ogni settimana. Dell’enorme businnes del petrolio in Nigeria di giganti come ENI e Shell, la popolazione locale subisce solo gli effetti disastrosi, come l’inquinamento dell’acqua e della terra.

Secondo FoE Europe, fino ad oggi 11 milioni di barili di petrolio sono stati sversati nel Delta del Niger, che corrispondono al doppio della quantità sversate durante il disastro Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.

 

Greenpeace

Ξ maggio 3rd, 2017 | → 0 Comments | ∇ Le mie poesie |

Metà degli italiani compra più abiti del necessario

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Pubblicazione – 3 maggio, 2017

Un sondaggio condotto da SWG per Greenpeace, su un campione di 1.000 italiani, uomini e donne tra i 20 e 45 anni, relativo alle abitudini degli italiani nell’acquisto di capi di abbigliamento, rivela che un italiano su due dichiara di possedere più capi di abbigliamento di quanti ne abbia realmente bisogno. Nel nostro guardaroba sono presenti abiti mai utilizzati o addirittura ancora provvisti di etichetta.

Leggi i risultati del sondaggio

Combattere la noia e lo stress o aumentare l’autostima sono per più della metà degli italiani – secondo la ricerca – le cause principali dell’acquisto eccessivo di capi di abbigliamento. Tuttavia gli intervistati dichiarano che il senso di euforia e soddisfazione post-shopping ha una durata limitata che si esaurisce in circa due giorni dopo l’acquisto.
L’industria della moda è trai settori produttivi più inquinanti al mondo e, oltre all’uso di sostanze chimiche pericolose – di cui Greenpeace chiede l’eliminazione dal 2011 con la campagna Detox – il settore tessile negli ultimi anni ha aumentato l’impiego di fibre sintetiche come il poliestere che, oltre ad emettere molta più anidride carbonica nel proprio ciclo di vita rispetto ad alcune fibre naturali, rende estremamente difficile e complicato il riciclo dei capi di abbigliamento a fine vita.

Leggi i risultati del sondaggio

Leggi il commento della professoressa Donata Francescato

 

 

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Ξ aprile 22nd, 2017 | → 0 Comments | ∇ Notizie |

Apple userà solo materiale riciclato!

 Impegnandosi a produrre i nuovi dispositivi con materiali al 100% riciclatiApple è la prima azienda del settore IT ad assumere piena consapevolezza del grave impatto ambientale generato dalla produzione di apparecchi elettronici.

 

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 La mossa dell’azienda statunitense comunicata ieri è molto ambiziosa e conferma l’urgenza con cui un intero settore deve ridurre il consumo di risorse e la produzione di rifiuti elettronici che stanno generando un grave impatto ambientale sul nostro pianeta. L’utilizzo di materiali riciclati nella produzione avrà delle importanti ricadute positive, riducendo la richiesta di metalli rari e altre risorse preziose.

Apple, impegnata già verso una produzione che impieghi solo energia rinnovabile nei propri cicli produttivi, lancia il guanto di sfida a tutti i più importanti marchi dell’IT come SamsungHuawei e Microsoft ad adeguarsi in tempi brevi.

Poco meno di un mese fa Samsung si era impegnata a riciclare gli oltre 4,3 milioni di Galaxy Note 7 richiamati in tutto il mondo negli ultimi mesi per riconquistare la fiducia dei propri clienti in seguito al grave problema che ha interessato nei mesi scorsi il Galaxy Note 7.

La transizione all’impiego di materiali riciclati al 100% è fondamentale per ridurre l’impatto ambientale dell’intero settore, tuttavia si può fare di più: Apple e altre aziende dell’IT si impegnino a progettare dispositivi che durino più a lungo e siano facilmente riparabili e riciclabili a fine vita.

 

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